Risorse umane sprecate e falsi risparmi: una revisione critica della certificazione telematica di malattia

Vi invitiamo alla lettura integrale sulle pagine di Quotidiano Sanità di una lettera di un Collega MMG di Sesto Fiorentino, il dottor Tommaso Barnini, che ha voluto ripercorrere la storia della certificazione telematica di malattia INPS, analizzando quelli che dovevano essere gli obiettivi dichiarati del Governo e quelli che nella realtà sono stati gli outcomes verificati, perlomeno fino al 2016, dalla stessa INPS. Il quadro che merge dall'analisi è piuttosto sconfortante, paragonando lo sforzo profuso ed il tempo dedicato per questa attività a fronte del mancato raggiungimento di quanto auspicato in termini di risparmio per lo Stato, riduzione dell'assenteismo nella Pubblica Amministrazione e ripulitura della stessa dai "furbetti del cartellino".

Ebbene, per quanto riguarda l'assenteismo "Tutti i report pubblicati hanno mostrato un trend crescente nei giorni totali di assenza nella pubblica amministrazione nel triennio 2011-2014 con addirittura un aumento dello 0,8% nel 2014 e del 4,3% nel 2015, fino a raggiungere un “ottimo” risparmio dello -0.03% nel 2016. Direi che possiamo dichiarare mestamente ENDPOINT NON RAGGIUNTO". 

In merito al risparmio per le casse statali, "Negli annunci iniziali il ministro parlava di 500 milioni di euro annui di risparmio. Dopo solo un anno nel 2011 a fronte di 22 milioni di occupati (di cui solo 17 milioni di dipendenti) il risparmio per le casse dell’INPS dal certificato telematico si attestava sui 200 milioni di euro annui a detta dello stesso ministro Brunetta e dell’ex direttore Mastrapasqua, generati esclusivamente dal risparmio sul costo dell’invio delle raccomandate. Tale risparmio, però, è stato eroso dalla istituzione nel 2017 del Polo Unico per le Visite fiscali a cui viene dato un Budget di 17 milioni di Euro per il primo anno, ma successivamente nei capitoli di spesa ministeriali sembra che vengano allocati fino a 50 milioni di euro l’anno per il funzionamento di questo organo.

Per quanto riguarda la lotta ai "furbetti del cartellino", si evince che i provvedimenti disciplinari nel solo anno 2015 sono stati 1.690, ma nello stesso periodo vengono redatti ben 12.000.000 di certificati di malattia nel pubblico impiego (i “furbetti” pertanto sono solo un microscopico 0,014%). "I licenziamenti secondari a provvedimenti disciplinari sono stati, sempre nel 2015, la “mastodontica” cifra di 280, ricordiamolo ancora, su 12 milioni di certificati, in sostanza meno dello 0.01% degli occupati. Terzo ENDPOINT NON VISTO NEMMENO DA LONTANO, altro che raggiungere".

Quali le proposte per uscire d a questa impasse improduttiva e dispendiosa in termini di ore lavoro e denaro pubblico? La soluzione ci sarebbe e sarebbe qualcosa di semplice richiesto a livello sindacale da moltissimi anni dalla sola SNAMI, e cioè l'adozione della autocertificazione dei primi giorni malattia. Nel periodo pandemico prendendo ad esempio la Gran Bretagna tale procedura è stata allargata dai 7 ai 28 giorni con ovvio risparmio dei tempi di lavoro e minor intasamento telefonico ed accessi impropri negli studi medici solo per questo adempimento.

"Le proposte quindi, anche alla luce dei dati sono:
1) Rendere operativa l’Autocertificazione per l’assenza dal lavoro fino a 7 giorni affidando la verifica della malattia al Polo Unico per le Visite Fiscali
2) Calcolare una media di Giorni all’anno totali di permesso di malattia che il lavoratore può prendere in base a stime storiche di assenza di malattia per comparto.
 
Queste semplici mosse permetterebbero di ridurre dell’82,3% le certificazioni di malattia, visto che sempre dai dati estratti nel triennio 2012-2015, oltre l’80% di tutte le certificazioni erano comprese nella fascia fino a 10 gg. Il Lavoratore comunicherebbe il numero dei giorni di permesso al portale INPS in forma autonoma e il sistema potrebbe da solo scegliere se allocare o no la visita fiscale in base a criteri studiati sui dati, sugli algoritmi o sulle precedenti assenze del lavoratore.
 
Il risparmio generato dalla riduzione dell’attività certificatoria permetterebbe sulla platea di 42.000 medici di Medicina Generale di liberare circa 11 milioni di ore all’anno che potremmo impiegare invece per curare i pazienti. Il conto delle ore sale ancora se si inseriscono anche i Medici di Continuità Assistenziale e i Medici di Pronto Soccorso, anch’essi costretti in larga parte a questo obbligo senza senso". Senza contare che una larghissima parte delle cause che portano alla richiesta di certificazione sono patologie di cui risulta possibile asseverare la presenza solo su basi anamnestiche e non su elementi obiettivi per i quali il medico si limita ad avallare con il proprio timbro e firma una evidente autocertificazione avanzata dal paziente stesso.